Sto guidando. Passo in via dei Giuochi Istmici, vicino al Liceo Scientifico. Auto, moto, colori, traffico di una città all'ora di pranzo. Alcuni studenti stanno camminando coi loro zaini non troppo pieni sulle spalle. Chissà se anche Niki, Erica, Olly e Diletta hanno zaini simili. Chissà se in questo momento stanno uscendo da scuola o se, per qualche assemblea, sono già fuori da un po'. Fa caldo oggi. Una di quelle mattine di aprile in cui stai a maniche corte e pantaloncini. Un anticipo d'estate. E provo a immaginare... Quattro ragazze stanno sfilando divertite su un marciapiede di Roma, il marciapiede di via dei Giuochi Istmici. E si atteggiano a modelle. Sì, una più sfacciata, le altre la guardano e ridono. Le vedo, ora, qui, buffe e un po' esagerate. Le vedo bere quattro bottiglie di Corona con la fetta di limone infilata nel collo di vetro. Le ascolto parlare. Le lega qualcosa di forte. Si capisce subito. È la prima scena di Scusa ma ti chiamo amore. Ma voglio capirne di più. E allora vado indietro. Più indietro, nel tempo. Chissà come si sono conosciute. Se si sono piaciute subito o c'è voluto un po'. Forse fanno il Liceo. Forse proprio quello davanti al quale sto passando. Com'è stato quel giorno? Quanto tempo fa? Cinque anni circa? E allora mi butto. Una mattina presto. Circa le 8. E le 8 è presto alla fine di un'estate trascorsa in piena libertà dopo le scuole medie. Quando ti alzavi non prima delle 10, facevi una buona colazione e poi via, fuori, a goderti quel tempo tutto tuo, sospeso prima di un nuovo inizio, di una scuola che non conosci. Un grande cancello scrostato, accanto a mille motorini e biciclette parcheggiati alla come capita. Il tempo non è dei migliori e fa rimpiangere le spiagge appena lasciate, le mattine di sole. Il cielo annuncia pioggia e tira pure vento. Due ragazzi passano correndo e urlano. «Hai fatto la cazzata! Senti, è Dio che brontola!» «Macché, non è Dio, è il tuono.» «Ah, uno nuovo...» E scappano via a spintoni. Mille zaini colorati e cartelle a tracolla già pieni di toppe di stoffa cucite sopra e scritte. «Siamo anime vecchie di tempi nuovi.» «Se è vero che l'amore è potenza, io sono la persona più forte del mondo.» Può essere? Eccole. Niki, Erica e Diletta già lì, ad aspettare d'entrare. Non sanno che tra qualche istante saranno nella stessa classe, sedute vicino in terza fila lato sinistro, sotto la cartina del mondo. Un mondo da conquistare come Cristoforo Colombo. Ma le caravelle stavolta saranno quattro, non solo tre. E ancora non lo sanno. E la terra promessa somiglierà a un traguardo chiamato amicizia. Non si conoscono ancora. Mai viste prima. Arrivano da scuole e quartieri diversi. Sono lì, ferme, si guardano intorno. Salutano le amiche con cui hanno fatto le medie ma che, pare, non finiranno nella loro classe. Preoccupate? Diletta sì. Non le piacciono gli inizi senza rete di protezione. Ha bisogno di appigli, magari di qualcuno a cui stringere la mano sudata, appena suonerà la campanella della prima ora. Una mano-scoglio. Una riva per la sua caravella sballottata. Ma non c'è nessuno. Giuditta infatti, la sua storica amica del cuore, ha scelto il Classico. Hanno passato ore al telefono, a gennaio, quando c'era da fare la nuova iscrizione.
«Dai, andiamo alla stessa scuola...»
«Ma non mi piace il greco.»
«E che ne sai, scusa, mica l'hai mai studiato.»
«Non mi piace imparare la lingua di un Paese col formaggio che puzza...»
«Ma che, la feta?»
«Eh.»
«Ma mica puzza! E poi che c'entra, guarda che si fa greco antico.»
«Peggio. Feta vecchia.»
Alla fine si sono separate, giurandosi però di vedersi lo stesso almeno tre pomeriggi la settimana, compresa la domenica, e di aggiornarsi su tutto via sms.
«La scuola non ci separerà.»
Promesse che giuri in un momento e speri eterne.
Ora le sta scrivendo appunto un sms. "Ciao, sister, sono qui da sola al cancello. Fifa blu. Mi manchi." Poi rimette il cellulare in tasca e si aggiusta la camicetta sotto il giubbotto di jeans.
Più in là, una ragazza dall'espressione buffa sta parlando a bassa voce con qualcuno al telefono. Si tiene un po' in disparte. «Facile per te, sei in seconda. Conosci già tutti. No, per ora nessuno. C'è una ragazza mora che sta facendo una specie di danza indiana attorno a uno scooter. Mi pare forte. Sì ok, Giò, alla prima ora ti dico di quale morte morirò i prossimi cinque anni.» E butta giù. Erica non ama molto parlare al telefono. Preferisce scrivere. E-mail, lettere, qualsiasi cosa, ma scrivere. Per lei le cose che dici così sono più vere, meditate, non buttate là. E di conseguenza ama leggere. La ragazza mora intanto ha finito il suo rito propiziatorio attorno allo scooter. Un'amica lì vicino la chiama. «Olly, poi me la insegni l'antica canzone dei Sioux?»
«Macché Sioux, me la sono inventata!» E ride.
Erica la guarda ancora e pensa che sarebbe forte averla in classe.
Niki si è dimenticata a casa la merenda. E pure l'elastico per i capelli. Sta cercando di sistemarli annodandoli alla meno peggio, ma sono puliti e non stanno su. Esce sempre di corsa, sempre in ritardo.
Cavoli, mamma mi aveva preparato il panino con lo stracchino. Accidenti a me. Speriamo ci sia almeno un distributore automatico decente. Mi toccherà un tramezzino di finta mollica con finto prosciutto e finta sottiletta. Che schifo.
A un certo punto passano delle tipe un po' massicce e sgraziate. Una le dà uno spintone proprio mentre cerca per l'ennesima volta di tenere su i capelli.
«Grazie... delicata, eh?»
«Stronza.»
«Ah, piacere, io invece mi chiamo Niki.»
E, prima che l'altra possa davvero capire la finezza della battuta, la mandria delle altre la trascina via, per risolvere chissà quale conto in sospeso.
«Tieni.» Una voce femminile alle sue spalle. «Meglio di niente.»
La ragazza mora del rito indiano le sta porgendo una matita.
«Ah, grazie. Ci provo.» Niki la prende e se la annoda tra i capelli, in stile giapponese. Sembra funzioni.
«Piacere, io sono Olimpia, detta Olly da chi se lo merita.»
«E io me lo merito?»
«Dalla scena di prima, mi sembra di sì.»
Mi piace pensarle così. Più piccole, un po' spaurite, lì fuori, procedere a tentoni in questa nuova dimensione. Le stesse che ora immagino sfilare sul marciapiede.
Campanella. La prima di cinque nuovi anni. Alle pareti varie cartine e il ritratto del presidente della Repubblica. Sulla lavagna uno spiritoso dantista ha scritto: "Lasciate ogne speranza". Tutti entrano correndo per prendere i posti delle ultime file. La classe è mista. Una ventina di ragazzi. Sedie che si spostano, banchi che le seguono, zaini lanciati in malo modo tra i piedi. Sguardi. Incerti. Curiosi. Sfuggenti. Mille domande che si affollano in testa. Come sarà quella? E quello laggiù? Mah, mi pare scemo. Ma quell'altro che capelli ha? Lei invece sembra forte. Carina. Bella. Oca. Uffa, voglio i miei amici. Tanto mancano solo quattr'ore, si esce a mezzogiorno e oggi me ne vado in piazzetta. Che mi frega.
Niki, Olly, Erica e Diletta. Stessa aula, stessa classe. Si siedono vicine, non si sa quanto consapevolmente. Forse alcuni legami nascono prima che ce ne accorgiamo. Forse ci si attrae senza saperlo davvero. Così quello che sembra nato per caso diventa la cosa più importante, la ragione di un lungo percorso. Primi contatti. Istanti fondamentali per capire come butta.
«Ma te c'hai la Smemo?»
«E certo, perché?»
«Ma è vecchia.»
«E te che c'avresti, scusa?»
«Comix.»
«Invece quello è nuovo, eh?»
Ma se lo dici bene, se lo dici con la smorfia giusta e sorridendo, ecco che funziona e scatta la simpatia che ti permetterà di alzarti la mattina seguente con la voglia di incontrare di nuovo quella lì di cui non sai ancora neanche il nome. Ma ora e ancora per un po' c'è solo questo limbo d'incertezza, questo sentirsi soli e sperduti, consapevoli che lì, tra quelle venti facce, si nascondono i migliori amici dei tuoi prossimi cinque anni e forse di più.
«Oh, m'hanno detto che c'abbiamo la Bernardi.»
«Cazzo, ma chi, quella terribile di italiano?»
«Sì, è in questa sezione. Ce l'aveva mio fratello.»
«Nooo, è vero, me l'hanno detto. La chiamano il Bernardo.»
«Perché il?»
«Eh, ora lo capisci...»
Una donna non molto alta, con capelli ispidi sul castano chiaro, tenuti cortissimi, probabilmente per domare chissà quale strano movimento di riccioli ingestibili altrimenti, sta entrando. Indossa una specie di maglia lunga di lana, grigia, anonima e, sotto la gonna nera, un paio di mocassini. Una inequivocabile ombreggiatura sul labbro superiore svela il perché dell'articolo determinativo maschile. Peli. Nemmeno minimamente nascosti, rasati, curati. Niente.
Si siede e appare subito chiaro che non sarà come bersi una birra fresca a ferragosto.
«Bene. Bravi, eh? Vedrete, vedrete...»
«Eh, vedremo, vedremo» fa Olly tirando una gomitata a Niki. «Poi che vorrà dire quel "vedrete"? Vedrà lei!» E si mette a disegnare sul banco una perfetta imitazione baffuta della Bernardi, rincorsa da un cane baffuto anche lui e con cattive intenzioni.
«Cavoli, brava eh? Perché non sei andata all'Artistico?»
«Perché d'artistica basto già io. Il genio non si deve ingabbiare. »
«Ah.»
Diletta, a tre banchi di distanza, pensa alla feta di Giuditta e la immagina seduta in un'altra aula simile a quella, magari senza Bernardo di turno, al Classico. Prende il cellulare dalla tasca, lo nasconde sotto il banco e prova a scriverle un sms. Ma non è mai riuscita a farlo senza guardare il display. Comunque tenta. Ma si piega lo stesso un po'. Troppo. E troppo a lungo. «Ehi, lei.»
Diletta non è abituata alla terza persona. Alle medie e fino a cinque minuti fa ogni adulto che le si sia parato davanti con ruoli educativi le ha sempre dato del "tu". Per questo non se ne accorge. Per questo non alza la testa. «Allora? Ha perso la lingua sotto il banco?»
La voce è vicinissima.
Diletta alza lo sguardo. La Bernardi è accanto a lei. O meglio, sopra. E lei è proprio lei.
«Lo sa che non si possono scrivere messaggini?»
Eh sì, pensa Diletta, in effetti è difficile così, tutta storta, e senza vedere bene il display. Col T9, poi.
«Mi correggo. Lo sa che i cellulari sono vietati in classe? Me lo dia.»
Diletta vede sparire il suo maldestro tentativo di sms incompleto insieme al Nokia appena sequestrato dalla Bernardi, che lo appoggia sulla cattedra, dove resterà per tutta la lezione. Il riscatto potrà essere pagato solo al cambio dell'ora. Erica, accanto di banco, le dà un colpetto sulla gamba.
«Tieni!»
«Che?»
«Il mio. Usa questo. Almeno mi alleni un po' i tasti. Io gli sms non li sopporto.»
«Io sì, ma ho il pollice bradipo.»
«Cioè?»
«Lento! Ma come andavi a scuola?!»
«Sono abbonata a una tranquilla sufficienza...»
«Allora è ok.» E sorride.
E ci sono gesti, piccoli, anzi più piccoli sono meglio è, dopo i quali nulla è più come prima. Gesti immediati, che non ti aspetti, senza i quali nulla inizierebbe. Gesti senza un perché ma che di perché ne creano molti.
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